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Delle fanterie comunali italiane nel XIII secolo Ricerche, documentazioni e teorie sull'addestramento al combattimento, all'ordine, ai comandi ed all'utilizzo del tavolaccio da fante. Di Remo Buosi con la collaborazione di Andrea Guerzoni
"Le due osti si schierarono e affrontarono
più ordinatamente per l'una parte e per l'altra,
che mai s'affrontasse battaglia in Italia...."
Giovanni Villani, Cronica
Introduzione
Questo lavoro è stato dettato dalla necessità di dare spessore tangibile ed un certo fondamento alle teorie, da noi espresse, a riguardo la preparazione ed il grado di disciplina all'interno delle formazioni di fanteria del XIII secolo. L'opera di sperimentazione ricostruttiva che da alcuni anni stiamo portando avanti con molti dei gruppi aderenti a "MILLE&DUECENTO - Coordinamento Italiano gruppi di 'Living History' e 'Re-enactment' dell'XI, XII e XIII secolo" ci ha consentito di verificare nella pratica alcune delle tesi qui sostenute, che hanno come unico scopo la riscoperta e la divulgazione di aspetti poco conosciuti del medioevo minore e quotidiano, quello che non compare nei libri di storia.
I                                                                                                                                                                               
ESERCITI IN BATTAGLIA
1. Storiografia italiana
L'ordinamento di una "oste comunale" del XIII secolo di area centro-settentrionale è stato descritto in modo molto dettagliato e preciso negli ultimi venti anni da valenti storici che vi hanno dedicato fondamentali studi. Senza dilungarci in inutili richiami e continui, necessari, rimandi agli scritti che di seguito citeremo, consigliamo il lettore di consultare, attingendone a piene mani, questi libri che per limpidezza e chiarezza rappresentano certamente esempi ancora insuperati in Italia:
- AA.VV., Guerre e Assoldati in Toscana: 1260-1364 - catalogo omonima mostra a cura di Lionello G.Boccia - Studio Per Edizioni Scelte, Firenze 1982; - ALDO A. SETTIA, Comuni in Guerra. Armi ed Eserciti nell'Italia delle Città - Editrice Clueb, Bologna 1993; -UGO BARLOZZETTI, L'Arte della guerra nell'età della Francigena - Edizioni Regione Toscana, Firenze 1998; - ALDO A. SETTIA, Rapine, Assedi, Battaglie - La guerra nel Medioevo - Editori Laterza, Roma-Bari 2002.
2. L'Oste sul campo
Desiderando comunque fornire, anche se pur sommariamente, un quadro generale dal quale muovere poi le nostre considerazioni, daremo una brevissima descrizione introduttiva sulla organizzazione e disposizione di un esercito comunale in battaglia. Ciascun esercito era diviso in "schiere"; le "schiere" a loro volta venivano divise in "gruppi" o "squadre" composti da un certo numero di uomini sotto il comando di un capitaneus (capitano). In battaglia l'esercito era disposto secondo un ordine che può essere così schematizzato:



 

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La Fanteria

I due grandi gruppi che compongono un'oste sono quindi la "Cavalleria" (Feditori, Cavalleria Pesante, Comandanti) e la "Fanteria" (Pavesari, Arcatori/Arcieri, Balestrieri, Fanti). I Feditori rappresentano la schiera composta di norma da quei Cavalieri che scelgono di iniziare il combattimento ponendosi come avanguardia: sono questi valorosi che sostengono il primo urto contro il nemico. La Cavalleria Pesante è composta da cavalieri cittadini, da elementi collegati, da fuoriusciti delle opposte fazioni e da alleati di città amiche. Il rapporto di numero in battaglia, rispetto ai fanti appiedati, è di circa 1:10. I Pavesari (o Palvesari) sono fanti che dispongono di uno scudo rettangolare di grandi dimensioni (alto quasi quanto una persona), fissato al suolo e sostenuto da pali che proteggono il pavesario armato con una lunga lancia; di norma questo è sempre dislocato accanto ad un tiratore, balestriere o arciere, con il compito di copertura. La Fanteria è di solito composta da tutti gli uomini validi ritenuti atti alla guerra, cioè quelli fra i 15 ed i 70 anni. I fanti sono inquadrati in formazioni comandate da un capitano (capitaneus) nominato tra i cittadini del comune degni di tale grado; un insieme di unità è rappresentato dal gonfaloniere sotto una stessa bandiera. Le Salmerie sono disposte strategicamente dietro l'esercito, a ridosso di questo, per evitare frettolose ed ingiustificate ritirate che possono compromettere l'andamento della battaglia. La Riserva è composta da un contingente di Cavalieri e Fanti nascosti nelle retrovie, con il compito di dare man forte ai reparti in difficoltà. Molto spesso le riserve determinano le sorti di uno scontro. Fin qui abbiamo tracciato, a grandi linee, lo schieramento in battaglia di un esercito del Duecento secondo i canoni ormai affermati. Conosciamo il modo di combattere della "cavalleria", che ormai non presenta più alcuna incognita essendo stata oggetto di approfonditi studi da parte dei più importanti medievisti, mentre ancora molto resta da dire sulla "fanteria", a torto considerata elemento secondario, se non del tutto marginale, negli eserciti comunali.
II
LA FANTERIA COMUNALE
1. L'Addestramento in tempo di pace
Nel panorama storico italiano, a vari livelli e con rare eccezioni, si dà per scontato che i fanti comunali fossero solo un gran numero di persone scarsamente addestrate, da impiegare esclusivamente come "muro" per la cavalleria e come orda distruttrice ed indisciplinata per fare il "lavoro sporco" dopo che i milites avevano, in qualche modo, deciso le sorti dello scontro. Spiacenti ma diciamo no, e con noi altri; rifiutiamo l'idea che queste formazioni fossero così esageratamente "elementari" e di limitato utilizzo, relegate a compiti in certo modo secondari perché considerate poco importanti dal punto di vista della preparazione tattica sul campo. "Per fanteria" si dovrà pur sempre intendere "un insieme di soldati con un certo grado di addestramento e di disciplina" come scrive il Settia in Comuni in guerra, riportando questa citazione da P. Pieri, L'evoluzione delle milizie comunali italiane in Scritti vari, Torino 1966. E' per questa ragione che raccogliendo qua e là dalle fonti, accessibili a chiunque, abbiamo reputato il caso di accorparle, citando in molti casi testualmente gli scritti con tutti i riferimenti e supportandole, ove possibile, con l'iconografia originale per farne quindi un sunto a sostegno delle teorie e dei nostri convincimenti. Rimandiamo il lettore, e lo vogliamo ricordare fino alla nausea, alle opere citate a più riprese in precedenza (in particolar modo all'ultima fatica del Settia) per avere un quadro ancor più completo ed esaustivo. Salteremo a piè pari tutto l'aspetto dell'organizzazione interna della milizia in quanto questo è forse il fatto più noto e comprovato a riguardo (a tal proposito vedere Guerre e Assoldati in Toscana: 1260-1364), per passare invece al lato semi-oscuro inerente l'effettivo addestramento: quindi su cosa sapevano fare e come dovevano comportarsi i fanti almeno fino al loro arrivo al limitar della battaglia. Basti sapere che "a differenza della cavalleria, che traeva la propria forza in base a criteri di tassazione " almeno per quanto riguarda l'oste comunale, la fanteria era "levata" per popoli. In ogni canonica commissari addetti provvedevano al reclutamento degli abitanti atti alle armi e, come già indicato in precedenza, gli uomini validi d'età compresa fra i 15 ed i 70 anni erano registrati per gruppi di 50: le cinquantine. Da queste i commissari dividevano in due venticinquine quelli che avrebbe fatto parte subito dell'esercito, da coloro che si sarebbero alternati dando successivamente il cambio. Nasceva in questo modo l'unità di base amministrativa dell'oste duecentesca. Le schiere di fanteria comunale erano allora costituite da decine e decine di venticinquine, così come si può rilevare nel Libro di Montaperti dove troviamo che, relativamente all'esercito fiorentino, negli elenchi del sesto di San Pancrazio vi sono riunite a gruppi più venticinquine con alla testa un capitaneus. In una società quale quella comunale italiana retta rigidamente da numerosi e cavillosi statuti per la regolamentazione di ogni attività sociale, addirittura con norme suntuarie sul come ci si doveva vestire, in una società che ancora traeva spunto dai codici romani, dagli scritti dei grandi dell'antichità per reggersi in maniera civile ed ordinata e nella quale l'organizzazione militare era ben disciplinata con precisi obblighi a tutti i livelli (chi doveva essere iscritto nelle liste, quali unità mobilitate, come si usciva dalle città, quante salmerie a seguito etc. etc.) ci pare assolutamente inconcepibile che tutto questo sforzo teso all'ordine fosse poi ridotto, sul campo, ad una massa di zotici urlanti buoni solo a camminare in modo scomposto e vulnerabile per la campagna, per arrivare allo scontro in queste condizioni di non-disciplina ed impreparazione. Certamente non erano queste unità paragonabili ai soldati mercenari dei secoli a seguire, non erano ordinate schiere di fanteria napoleonica, ma erano pur sempre formazioni di soldati e, di conseguenza, unità addestrate, ordinate e comandate! Su cosa si basavano coloro che reggevano e regolamentavano l'esercito per stabilire i comandi e le manovre, seppur molto elementari? Da quali testi sull'arte della guerra traevano spunto (diciamo spunto e non ricopiare pedissequamente) per adattare alle esigenze della loro epoca modi e tattiche del combattere? Quali erano i manuali ed i trattati a disposizione? Ebbene qui sosteniamo, personalissima convinzione, che dovesse comunque persistere una sorta di memoria "genetica", che si rifaceva alla classicità romana anche se influenzata ed oscurata dal periodo di decadenza seguito alla caduta dell'impero, ma comunque ancora in parte presente in tutte le terre che ebbero dominazione bizantina. I testi più diffusi furono senz'altro l'Epitoma rei militaris di Vegezio (IV sec.d.c.), la Tattica dell'Imperatore Leone (morto nel 911), il De rebus bellicis di Anonimo oltre a brani tratti da testi sacri quali il Libro dei Maccabei, dei Re, dei Giudici e Giuditta: vere e proprie "bibbie" per chiunque avesse a che fare con il mestiere delle armi almeno fino al Rinascimento, se non oltre. Orbene è da sapere che i nostri "boni homini" del '200 erano talmente disinteressati a tali trattati sull'arte della guerra e sua organizzazione che tal Bono Giamboni, verso la fine del '200 (Settia, Comuni in guerra, p.129, nota al testo 59) sentì l'esigenza di tradurre l'Epitoma in volgare! Come poteva essere che, in un'epoca nella quale la diffusione dei libri, generalmente tutti in latino e per poche classi sociali, era assai limitata, ci si prendesse la briga di tradurre un testo in volgare, accessibile quindi almeno linguisticamente anche ai ceti sociali medi, e cioè a coloro che fornivano la maggior parte delle truppe alla fanteria, se l'apprendimento delle nozioni basilari delle tecniche di combattimento fosse stato di così scarso interesse? Ci pare di poter tranquillamente asserire che in realtà, alla luce di questo fatto, l'interesse era forte anche presso i più, e non crediamo ci si limitasse a fare di tali versioni in volgare solo bella mostra su di uno scaffale! L'uomo medievale possedeva buone basi su cui lavorare e sperimentare. Citeremo di seguito, ad esempio, un passo ove viene menzionato un caso di istruzione militare e strategica presso gli uomini del tempo: "Il legato papale Gregorio di Montelongo" in quanto doctus ad bellum "possedeva infatti un libro sugli accorgimenti e l'arte della guerra, sapeva disporre le schiere in campo e aveva imparato benissimo l'arte di dissimulare e fingere" (Settia, Comuni in guerra, citazione dalla CRONICA di Salimbene de Adam, p.17). L'addestramento delle milizie avveniva in apposti spazi al di fuori delle cerchie murarie solitamente in ampi terreni che erano chiamati nei modi più disparati ("battagliola" a Tortona, "pratum de batalia" a Modena: dal Settia, Comuni in guerra, p.33) comunque nomi riconducibili alla loro funzione primaria; questi spazi erano necessariamente ampi per permettere di schierare e in qualche modo manovrare le fanterie affinché prendessero dimestichezza nei movimenti di massa. Un esercito ben addestrato ed ordinato è la diretta conseguenza di una frequente pratica alla guerra: questo è un punto di disaccordo con quanti propendono per il fatto che la fanteria fosse statica e poco utilizzata, poiché poco s'addestrava; ci permettiamo di dissentire portando ad esempio le oramai stranote "battagliole", che null'altro erano se non scontri tesi a "costruire" uno spirito bellico: scontri alle volte assai cruenti che per tutto il periodo comunale, ed anche oltre, punteggiavano la vita militare del cittadino. Tali "giuochi" addestrativi avevano luogo sovente nei periodi carnevaleschi ma anche in altri periodi dell'anno: a Pisa da Natale a Quaresima, in Firenze, Siena, Trani, Orvieto nel "tempo di primavera", a Venezia da Settembre a Natale, mentre ogni domenica del mese di maggio fino alla prima metà di Giugno per Perugia (Settia, Comuni in guerra, varie da p.29) e così via citando Cremona (ca.1229?) ove il capitano di ciascun quartiere era tenuto, ogni pomeriggio festivo, a portare in loc. Il Ceppo gli uomini per l'addestramento alle armi tanto nel difendere che nell'offendere e sempre Cremona agli inizi del '300 con l'obbligo mensile a quest'attività (Settia, Comuni in guerra, p.50). In certi casi noti, come quello milanese descritto da Landolfo nel 1037, gli addestramenti erano supervisionati e diretti da magister belli, quindi istruttori ben consci e periti nell'arte della guerra che, senz'altro, non avevano imparato solamente dalla pratica ma anche grazie alla lettura di trattati latini. La descrizione di Landolfo dell'esercitazione delle milizie milanesi elenca alcune disposizioni sull'ordine e disciplina in battaglia, delle quali citiamo alcune ad esempio: nessuno esca dai ranghi per iniziativa personale, nessuno abbandoni il posto se non gravemente ferito, si correrà a rinforzo di altre unità più duramente impegnate dal nemico, accorrerà soltanto l'unità prescelta al comando di un segnale visivo o acustico (Settia, Comuni in guerra, p.98). Lo scopo di questi giochi era generalmente la conquista o la difesa di un luogo, di un ponte a Venezia e Pisa, ed esempio di esercitazione tattica vera e propria come quella che si disputava a Pavia, quando una delle parti era tenuta a mantenere saldamente un'altura che doveva essere espugnata dai "nemici": capacità difensive ed offensive pertanto, determinate le prime da un notevole ordine e disciplina per contrastare le seconde, decisamente più istintive e dinamiche. Tutto questo e molto ancora potremmo trarre da Settia a riguardo: il nostro invito quindi è quello di rileggersi, per chi ha già, o acquistare per gli altri, i preziosi libri. Ad ulteriore riprova del fatto che gli uomini del medioevo traevano molto dal sapere degli antichi citeremo ancora una volta l'Epitoma, ove non si potrà fare a meno di non notare la notevole similitudine tra gli scritti di Vegezio e ciò che si praticava nelle battagliole medievali: "allo stesso modo alle reclute, invece delle spade, venivano consegnate clave di peso doppio. Così non solo al mattino ma anche al pomeriggio si esercitavano al palo". Il trattato continua poi prescrivendo che ci si dovrà esercitare al lancio del giavellotto: a tal proposito ricordiamo che ancora nel 1285 tal Niger da Lecca Terra di Modena era ottimo preliator et lancee vibrator et proiector a supporto di quanto da noi affermato e di come si tenessero in considerazione gli antichi scritti e forme di combattimento assai arcaico quali il lancio del giavellotto o lancia. L'Epitoma prosegue consigliando di imparare ad esercitarsi spesso con archi e scagliar pietre con mani e fionde, ad occupare località ed alfine di non essere di lì smossi dai compagni a scontrarsi con gli scudi (Settia, Comuni in guerra, p.47-48); comprendiamo di conseguenza che il fare "muro" con gli scudi individuali era di vitale importanza, perché qui lo scudo si rivela bivalente: da un lato si insegna a mantenerlo saldamente a mò di muro e dall'altro ad utilizzarlo come arma d'urto per scompaginare, vedi a Pisa nel Il gioco di Salvestrini, p.20, "e chon gran forsa choli schudi urtare, poi chole masse provar chon vigore". A questi scontri i cittadini erano tenuti a presentarsi ben equipaggiati e protetti, e quasi invariabilmente in tutta la penisola le armi utilizzate erano bastoni, scudi e sassi. Comunque sia tali addestramenti erano piuttosto "semplici" e nulla hanno a che spartire con un addestramento del XVIII secolo: è perciò che siamo ancor più convinti che, seppur relativamente poche volte, le milizie si radunavano e per addestrarsi bastavano non molte ore, al massimo una giornata intera, per poter fare bene quel che all'epoca si richiedeva al fante, senza per questo essere necessariamente annoverati tra i cosiddetti "specialisti", gli arcieri ed i balestrieri. D'altro canto portiamo l'esempio pratico degli addestramenti all'unità di fanteria che gli aderenti a "MILLE&DUECENTO" praticano assieme quando hanno la possibilità di incontrarsi nelle sporadiche occasioni in cui riescono ad essere tutti presenti. Ogni volta vi è invariabilmente qualche persona nuova e questa, dopo al massimo un'ora, ha ben compreso cosa deve fare: se inginocchiarsi con il tavolaccio, protendere l'arma, marciare, girarsi a destra o sinistra, schierarsi rapidamente sui fianchi o di fronte, avanzare serrati, fare muro o disporsi ad urtare con gli scudi. Tutto questo in poche ore, e le volte successive non vi sono difficoltà a ricordare ciò che si è appreso! Che forse si è più svegli dei nostri antenati? Siamo convinti di no! Il fatto è che quelle effettuate sono azioni elementari che non prevedono l'assiduo e sfibrante addestramento che si è portati a pensare e, per contro, sono state citate comunque le tante volte nelle quali ci si incontrava per addestrarsi all'epoca, e non erano poche.
2. Operatività in guerra
Il fante comunale aveva dunque moltissime possibilità per garantire una certa "professionalità", ordine e disciplina sul campo di battaglia e non solo; pensiamo ai numerosi scontri di fazioni che avvenivano puntualmente nelle città del XII-XIII secolo, città con case-torri e edifici annessi a formare piccole fortezze interne, città con vicoli e strade strette, accessi a cortili ben difendibili: una situazione ideale per mettere in pratica tecniche militari quali muri di scudi ben difesi da una fitta selva di aste a bloccare per l'appunto vie ed accessi, ad avanzare ben serrati per riguadagnare spazio e far retrocedere l'avversario. E non ci si venga a dire che tali tecniche di manovra di massa, serrati ed ordinati sul campo, non erano utilizzate quando nel 1156 le fanterie di Bergamo a Palosco attaccano da sole i fanti di Brescia scompaginandoli dopo aver assunto una formazione "a cuneo", il che denota un'indubbia capacità di disporsi secondo schieramenti flessibili prestabiliti; qui si evince la natura, in qualche modo anche offensiva, della fanteria comunale che, indipendente dall'onnipresente figura del cavaliere o uomo montato che sia, quando è contrattaccata dai cavalieri bresciani, immediatamente si dispone a difesa resistendo alle cariche dei montati (Settia, Comuni in guerra, p.101-102, dal Carmen de gestis Federici) assumendo, aggiungiamo secondo una personale opinione, l'unica formazione possibile per la difesa degli appiedati, e cioè disponendosi a cerchio. Questo esempio riguarda l'azione di un contingente di fanteria che si è mosso in maniera ordinata e conseguentemente riesce ad offendere validamente, per poi difendersi altrettanto validamente. Per contrario citeremo, da uno dei numerosi articoli raccolti ne Il sabato di San Barnaba, la disastrosa azione delle fanterie aretine a Campaldino nel 1289 che, infiammate dall'iniziale successo della loro cavalleria, rompono i ranghi e corrono in massa disordinata verso il centro dello schieramento fiorentino. In questa caotica situazione i fanti aretini sono improvvisamente caricati sul fianco destro, cioè quello sprovvisto di scudo, dalla riserva guidata da Corso Donati. L'attacco avrà un effetto devastante sugli aretini che ormai non hanno più la coesione e l'ordine per poter manovrare ordinatamente e schierarsi a difesa contro i cavalieri guelfi. Abbiamo quindi descritto due esempi in cui unità di fanteria agiscono sia per offendere che per difendere, o quantomeno, nel caso di Campaldino, ci provano, con l'unica grande differenza che nel primo esempio tutto si è svolto con successo perché disciplinato ed ordinato, mentre nel secondo le stesse potenzialità sono vanificate dall'indisciplina. Ciò che finora abbiamo riportato non sono cose nuove, ma servono a dare spessore alla convinzione che la fanteria fosse una "forza organizzata, addestrata e disciplinata" e che i comandanti, gli istruttori ed i capitani erano ben consci di quanto un'unità potesse essere valida ed incutere rispetto, se non terrore in un avversario meno preparato; a tal proposito merita leggersi con attenzione l'ultimo libro del Settia, Rapine, Assedi, Battaglie. Ritornando indietro nel tempo: ma non erano "organizzazione" e "disciplina" i capisaldi dell'esercito romano? Di fronte alle legioni inquadrate i cosiddetti "barbari" non restavano esterrefatti? E tutto ciò era tramandato dagli antichi nei loro scritti, scritti che, come abbiamo visto, erano nelle mani del nostro uomo del '200!
3. Segnali ed ordini
Un altro capitolo di questa vexata quaestio è l'esistenza e la trasmissione verbale di ordini per manovrare e formarsi, quantomeno per piccole unità del tipo di quella da noi ipotizzata formata da 25 uomini. Non vi è testimonianza alcuna su questo fatto, mentre si sa comunque che si potevano adoperare segnali sonori utilizzando cennamelle, tamburi, zampogne, chiarine, che le unità erano precedute da suonatori, che negli statuti si fa espressa richiesta, specialmente per i montati, di avere uno o due suonatori tra i ranghi, si dice anche dell'utilizzo di bandiere che levate, abbassate, sventolate etc. trasmettevano "ordini". Alla luce di questi fatti appare ragionevole pensare che chi suonava avesse un certo repertorio di tonalità, almeno uno per ogni ordine che si voleva fosse eseguito, per quanto pochi fossero, e che i comandanti e gli uomini li conoscessero bene; che vi fosse un semplice ma ben codificato sistema di "sbandieramenti" su cui i comandanti degli specifici schieramenti avevano costantemente l'occhio per non perdere il momento propizio.
Bene, crediamo a tutto ciò che in un certo modo è "complesso", ed allo stesso modo non possiamo credere che a fronte di quest'apparato non si fosse arrivati ad sistema, semplice ed efficace quantomeno per le unità base della fanteria, raggiungibili quindi "a voce", di un limitato numero di ordini verbali da parte dei capitani. Siamo comunque propensi a credere che gli ordini fossero in larga parte utilizzati durante l'addestramento delle singole formazioni, durante le marce e nella fase preliminare dello schieramento in battaglia, cioè quando l'esercito era più vulnerabile e meno pronto in tutte le sue funzioni, strumenti e bandiere compresi, e che quindi molto si doveva alla prontezza dei singoli capitani e delle rispettive unità. Sul campo di battaglia effettivo, nella "mischia", la cosa doveva cambiare certamente allorché ci si schierava su di un unico fronte dando vita ad una difesa in profondità (vedasi lo schieramento guelfo a Campaldino, con carriaggi e fanterie di riserva sul retro per contenimento di un'eventuale rotta) a questo punto le fanterie si raggruppavano "ordinatamente e ben chiuse per muovere generalmente in massa verso il nemico", comandate in ciò dal suono degli strumenti oppure allo sventolio delle bandiere, oppure per reggere l'urto del nemico.
III
L'UNITA' DI FANTERIA
1. Composizione ed equipaggiamenti
Sappiamo che ci si adunava in maniera ordinata sotto le proprie insegne, che ogni uomo conosceva la propria funzione e quindi il posto nella sua unità, sappiamo che si procedeva incolonnati seguendo uno schema ben preciso, sappiamo che l'esercito aveva proprie norme disciplinari ed organizzative, sappiamo della gerarchia interna: insomma un esercito ben organizzato! Alla luce di tutto questo è lecito ipotizzare che esistessero anche dei comandi e delle evoluzioni ben precise per manovrare le unità base della fanteria. Il nostro modus operandi è quello di fondere assieme più elementi originali possibili, estrapolando quanto di valido riteniamo possa esserci per la nostra ipotesi ricostruttiva, elaborando gli elementi acquisiti, semplificandoli ed adattandoli e, dove possibile, integrandoli con logiche e plausibili soluzioni di nostro concepimento, alfine di praticare sul campo di persona una corretta ricostruzione! Molti potrebbero inorridire, ma crediamo che questa sia una buona via da percorrere per proporre qualcosa di storicamente attendibile. Come riferimento abbiamo adottato l'unità amministrativa di area toscana, composta da 25 uomini, perché è l'unica struttura di fanteria comunale meglio descritta dalle fonti originali (Il libro di Montaperti): considerando quindi i comandi ci siamo avvalsi di scritti di storici attuali e non sulle milizie comunali, fondendo tutto ciò ed adattandolo fino ad avere un "abito quasi su misura"! Nella ipotesi ricostruttiva realizzata l'unità di fanteria è così composta, secondo uno schema necessariamente piramidale:
- 21 fanti disposti su 3 ranghi;
- 2 serragente;
- 1 porta stendardo;
- 1 capitaneus.
I "fanti" sono equipaggiati con abbigliamento civile, mentre la protezione per il tronco è garantita da: giubbone, coretto, a placche in cuoio o ferro, maglia. Le protezioni per il capo possono essere: cuffia imbottita, camaglio, cervelliera, cappello di ferro, bacinello; sono facoltative le protezioni per le mani e le protezioni del collo (gorgiere e collari di maglia o cuoio). Questo è l'armamento: 1° rango con tavolaccio da fante (1.20/1.30 h.), arma da fianco corta (pugnali, baselarde, coltellacci), arma in asta a sola azione di stocco (lancia, spiedo, quadrellone); 2° rango con arma da fianco (spada, pugnale, falcione, ascia corta), facoltativamente solo piccolo boccoliere come scudo, arma in asta ad azione multipla aggraffante-fratturante-lacerante di stocco (roncola, pennato, roncone, berdica, ascia inastata, alighiero, falcione, coltello inastato); 3° rango con arma da fianco (spada, pugnale, falcione, ascia corta), facoltativamente solo piccolo boccoliere come scudo, arma in asta a sola azione di stocco che sarà obbligatoriamente la "lanzalonga" di 2,5-3 mt al massimo. I "serragenti" (o serragentes) sono equipaggiati come i fanti ma, avendo disponibilità economiche maggiori, possono proteggersi più pesantemente con giubbone con coretto, o maglia, camaglio ed elmo. Il loro armamento è composto da un'arma da fianco (spada o falcione) accompagnata da una in asta, sulla quale è applicato un pennoncello con i colori dello stendardo, della guarnacca o degli scudi della propria unità. Facoltativa è la dotazione di un pugnale e di uno scudo triangolare. Il "porta stendardo" è equipaggiato come i fanti e data la sua funzione può essere armato di sola arma da fianco (spada, falcione , pugnale). Generalmente la sua difesa e quella dello stendardo è affidata ai "serragente" che lo affiancano ed al capitaneus, qualora non sia impegnato a controllare e comandare gli uomini. Il "capitaneus" ha un equipaggiamento adeguato al rango, tenendo presente che tale figura era tratta dagli ambienti cittadini medio-alti. Questo dovrà essere consono ad una persona che può permettersi i migliori accessori quali un giubbone, possibilmente un usbergo o panciera in maglia, coretto o lamellare, un camaglio, l'elmo (cappello di ferro, cervelliera, elmo con maschera probabilmente pitturati: in base alle esperienze pratiche è preferibile escludere l'elmo chiuso, che non consente di dare ordini chiari ed udibili), guanti di maglia e senza dubbio una bella guarnacca dai colori accesi riproducenti quelli dell'unità comandata, a coprire il tronco e le sue difese. L'armamento è composto senza dubbio da spada, scudo triangolare e, come simbolo di comando, un bastone di
40/50 cm di legno robusto con la testa rinforzata da punte metalliche, retaggio del baculum dei centurioni Romani. Facoltativo un pugnale o una "basilarda".
2. Il Tavolaccio da fante
Nello schieramento da noi ipotizzato gli uomini della prima riga sono dotati di un grande scudo a forma di trapezio con la base più larga verso l'alto ed armati di sola lancia. Nel propendere per questa soluzione abbiamo voluto tenere conto di elementi concreti e, sulla base di quest'ultimi, di nostre personali congetture in merito. Dunque perché uno scudo delle dimensioni di 120 cm d'altezza e di quella forma? Scudi di simili dimensioni si sono usati dai tempi più remoti per arrivare al famoso scutum del legionario romano proseguendo fino alla fine del XII secolo con lo scudo cosiddetto a "mandorla" o alla "normanna", inoltre è da dire che l'utilizzo dello scudo da fante si è protratto fino a tutto il XV secolo presso le fanterie italiane quando quest'accessorio era oramai divenuto obsoleto nel resto d'Europa già nel XIII secolo.
Forse che, e qui ritorniamo all'utilizzo dei trattati latini, il modo di combattere dei fanti italiani era fortemente influenzato da questi scritti? Può essere. Il tavolaccio da fante è da non confondersi con lo scutum, la rodella, il clipeo, la targa, lo scutum ab equo (scudo per chi va a cavallo e quindi di dimensioni contenute per minor ingombro) in quanto tali accessori sono sovente elencati singolarmente negli stessi elenchi comunali e quindi desumiamo che per indicarli a questo modo avessero forma e funzione diversa: "..scutis, tabolaciis…." (Settia, Comuni in guerra, p.148 - Rif a doc.1 giugno 1300), "..scuta.VII. peditum.." (come sopra, p.150 - Rif. doc.285 del 1202 da Gli atti Manaresi), "..decem et septem iter talavacios et scutos.." (come sopra, p.172 - Rif. inventario padovano del 25 luglio 1241), "…scuto vel talavacio.." (come sopra, p.194 - Stauti Padova 1277).
A proposito dei nomi associati alle cose citiamo nuovamente Settia: "Studi specifici, richiederebbe, innanzitutto, il complesso tema dell'armamento per il quale si mostra ineludibile un intervento coordinato multidisciplinare. I conoscitori dello specifico lessico mediolatino ignorano di solito gli oggetti che esso designa, mutevoli attraverso il tempo e in gran parte non più esistenti; lo studioso di "antiquaria" medievale, da parte sua, cataloga e classifica gli oggetti senza troppo preoccuparsi dei nomi ad essi attribuiti dalle fonti coeve. Vi è difficoltà, in breve, a far coincidere parole e cose, nomi e significati in un campo molto ampio e in cui i contributi moderni sono deplorevolmente scarsi". Si è fatta, e tuttora si tende a fare, gran confusione tra il "pavese" o "palvese" ed il "tavolaccio" da fante citato da molte fonti con vari nomi, ad esempio tabulacium, taramacio, tabolatum magnum (Bologna 1296), talavacio (Padova 1277) ed ancora in un documento bolognese del 1296 si ritrova prescritto tra la dotazione individuale del balestriere, generalmente un appiedato, il tabellatio magno (da Il sabato di San Barnaba, p.55) che non può essere il "palvese" che è di per sé pesante e di scarsa manovrabilità tanto da dover essere trasportato a dorso di mulo e gestito da uno specifico addetto, il "palvesario". In opposizione ad una tesi ricorrente sostenuta ormai da anni da alcuni studiosi, è nostra convinzione che il "palvesario" non possa considerarsi un fante "specialista" vero e proprio, alla stregua dei balestrieri e degli arcieri, essendo la sua una funzione eminentemente logistica: attendere al posizionamento del "palvese" ed alla copertura, anche con lancia lunga, di quanti, balestrieri o arcieri, si proteggono dietro ad esso. Il tavolaccio da fante è si ragguardevole nelle dimensioni rispetto ad uno scutum da cavaliere, ma è comodamente portabile sulla schiena del fante o balestriere mediante l'apposita guiggia di cuoio, e questo è comprovato dalle prove fatte da noi stessi. A riprova del fatto che il tavolaccio non doveva essere eccessivamente pesante vi è la figura di un fante dei Castelbarco, sulle pareti della notissima Casa dei soldati del castello di Avio, nell'atto di scagliare o di colpire con una lancia, che lo impugna quasi orizzontalmente anziché nella più classica maniera verticale. Il tavolaccio, o comunque uno scudo in genere di dimensioni ridotte, è molto sovente richiesto negli elenchi dell'equipaggiamento previsto per i combattenti, sia appiedati che montati, anche se abbiamo notato che il più delle volte al soldato montato è richiesto espressamente lo scudo, mentre al fante si da scelta tra scudo o tavolaccio. E' quindi comprovato che il fante doveva addestrarsi allo scontro offensivo e difensivo con gli scudi "…clipei contra clipeos crepuerunt fragor strepuit lancearum.." (Settia, Comuni in guerra, p.184 tratto da Cronica in factis et facta Marchie Trevixiane di Rolandinus Patavinus) e che viene data una scelta tra due o tre tipologie di queste protezioni; siamo propensi, per un fattore tecnico e di sperimentazione in prima persona, che nella mischia più è vasta la superficie a protezione del corpo e meno possibilità ha l'avversario di colpire parti vitali. Ricordiamo inoltre che molti fanti all'epoca avevano ne più ne meno di un giaccone imbottito ad unica protezione del tronco e che uno scudo del tipo "tavolaccio" sufficientemente grande e relativamente pesante fosse un ottimo complemento all'equipaggiamento difensivo. Un breve accenno merita l'arma in asta del fante dotato di tavolaccio e cioè la lancia. In tutti gli statuti dell'epoca abbiamo riscontrato, assieme ad elmi, corazze e scudi di varie tipologie, la netta superiorità della lancia come arma inastata raccomandata per il fante. Questo perché la lancia è arma di solo effetto di stocco e può quindi essere manovrata con una sola mano mentre l'altra è impegnata a sorreggere il tavolaccio; al contrario armi quali il roncone, la berdica etc. raggruppando in esse più effetti (fratturante, aggraffante, perforante, stocco) devono necessariamente essere manovrate con due mani per sfruttarne a pieno le potenzialità. Se si osservano l'iconografia dell'epoca noteremo che le lance sono abbastanza corte e che vengono impugnate in modo da poterle usare con una sola mano dall'alto verso il basso o per poterle scagliare (ricordarsi di Niger da Lecca Terra che nel 1285 viene ricordato come ottimo scagliatore di lance!). Questo modo di rappresentare i combattenti armati di lancia e tavolaccio in quella particolare postura ci riporta alla mente l'immagine dei legionari romani armati di scutum e pilum e del loro modo di combattere: che gli antichi con i loro trattati abbiano colpito ancora la fantasia del nostro uomo medievale?
3. Ipotesi di ordini in formazione
Sulla scorta di quanto abbiamo affermato in precedenza siamo riusciti a ricostruire alcuni ipotetici comandi che potevano essere impartiti alle unità di fanteria sia in marcia che nello schieramento sui campi di battaglia. Ricordiamo che tutti gli ordini, a nostro giudizio, valevano fintanto che iniziava la battaglia vera e propria, perché negli scontri di mischia ciascun combattente rimaneva infine, tragicamente, solo con se stesso. Chi impartiva gli ordini? Ci pare superfluo asserire che gli ordini erano impartiti, "urlati" potremmo dire senza tema di smentita, dal capitaneus, cioè colui che guidava, di fatto, le singole unità. Sicuramente, e ciò che affermiamo deriva all'esperienza pratica di manovre di una unità di fanteria ricostruita, gli ordini erano ripetuti dai due "serragentes" che con il loro spostamento di fatto determinavano la disposizione precisa delle formazioni. Quelli in seguito descritti sono gli "ordini base" che potrebbero aver consentito alla nostra unità un funzionale movimento: "In anci di me" - "adunata di fronte a me": si dà questo comando ai fanti radunati, preventivamente chiamati a raccolta dai corni o tamburi, affinché questi si dispongano nella formazione dell'adunanza raggruppati sotto i rispettivi colori. A questo comando i fanti si disporranno per ranghi a seconda della loro specialità, i serragenti ed il portastendardo dietro il capitaneus; "Captio" (leggesi CAPZIO) - "imbracciare": si dà agli uomini del 1° rango affinché imbraccino il tavolaccio che è poggiato a terra. Generalmente il comando viene dato quando ci si prepara a muoversi; "Hasta in omero" - "asta in spalla": dopo che il 1° rango ha imbracciato lo scudo si dà questo comando affinché tutti portino l'arma in spalla; "Latus hasta" o "Latus scutum" - "lato asta" e "lato scudo": si dà per girare a destra o sinistra; siccome il concetto di destra e sinistra era abbastanza ostico, e ciò è continuato fino a tempi non sospetti, abbiamo pensato che il riferimento all'oggetto portato potesse essere plausibile per i nostri bravi fanti duecenteschi. Questo comando viene usato per far girare sul posto gli uomini nella direzione di marcia voluta e viene usato anche per prepararsi alla difesa da attacchi sui fianchi quando si è in marcia; "Parater Iter" - "prepararsi alla marcia": si dà una volta fatti girare gli uomini nella direzione di marcia. A questo comando gli uomini si dispongono nella "formazione di marcia" (1° rango davanti, 2° in mezzo, 3° dietro, serragente dietro, serragente, portastendardo e capitaneus davanti). La manovra non và svolta con eccessiva marzialità o particolari evoluzioni, semplicemente rispettando questo ordine: al "parate iter" il 1° rango si muoverà e si disporrà davanti formando i ranghi da 3 uomini, finito partiranno gli uomini del 2° che si allineeranno, e poi quelli del 3°; completata l'operazione un serragente si porterà sul retro della formazione mentre il trio capitaneusportastendardo- serragente si porterà davanti; "Iter" - "in marcia": si dà inizio alla marcia; gli uomini seguiranno il loro stendardo e gireranno nella direzione che esso prenderà senza altri comandi di girare a destra o sinistra; "Parate Consisto" - "prepararsi a fermare": si avvisano gli uomini che a breve ci sarà una sosta e che quindi si
tengano pronti ad eseguire eventuali altri comandi; "Immoti" - "fermi": equivale al nostro ALT, quindi a questo comando la formazione si ferma; "Pronti Impetus" - "prepararsi alla carica": in questo caso, vista la quasi  totale staticità delle milizie dell'epoca, questo comando va interpretato come: "Preparasi a RICEVERE la carica nemica". A questo comando si passerà dalla "formazione di marcia" alla "formazione di combattimento", laterale se prima di questo comando viene dato quello di girare a destra o sinistra oppure frontale se si mantiene il senso di marcia. A questo punto si procede ad assumere la sopraccitata formazione di combattimento. Se la situazione lo richiederà, e quindi a discrezione del capitaneus, potrà essere impartito il comando "Tabulacci" - "tavolacci", riferito ai soli uomini
del 1° rango se si vuole che essi si inginocchino protendendo in avanti le loro aste automaticamente senza attendere ulteriori comandi. Gli uomini del 1° rango dovranno inclinare e mantenere le loro armi in modo che le punte siano più o meno rivolta all'altezza del volto dell'attaccante. Al comando "Hasta protendo" - "avanzare le aste", il 2° e 3° rango protenderanno in avanti le loro armi ed attenderanno lo scontro. Questo comando si può far eseguire anche al 1° rango ma solo se questo rimane in piedi, in questo caso gli uomini poggeranno la loro arma sul bordo superiore del tavolaccio che farà da supporto per poterla manovrare con la sola mano destra nella sola azione di stocco e solo dopo che quest'azione sarà compiuta gli altri due ranghi abbasseranno le loro aste. In questa formazione gli uomini di dietro, specialmente del 2° rango, dovranno stare attenti alle aste di coloro che stanno davanti quindi per evitare incidenti essi retrocederanno di un passo per poi riprendere il loro posto non appena eseguito il comando. Assunta tale formazione si procederà con il comando "Yudere" - "chiudere", ove gli uomini si serreranno, specialmente quelli del 1° rango che faranno da muro con gli scudi. Questa operazione va seguita dai serragentes che spingeranno gli uomini dal retro badando che siano serrati, ma non troppo per evitare che non si possano poi manovrare le armi del 2° rango. "Deponete" - "posare": si dà per riportare l'arma a terra sia che essa venga portata in spalla durante la marcia oppure nella formazione di combattimento quando le aste sono protese in avanti. Terminiamo questo nostro lavoro ricordandoci e ricordandovi che, comunque sia, noi non eravamo lì ne mai potremmo esserci per dire si o no in modo definitivo. Ciò però non preclude il fatto che portare buone argomentazioni con prove tangibili, scritte ed iconografiche, a supporto delle proprie teorie messe poi in pratica da quella che noi definiamo "archeologia sperimentale ricostruttiva" possa rivelarsi un buon compromesso tra verità storica e ragionate conclusioni personali, sempre e comunque aperte a civili e costruttivi dibattiti a riguardo.
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