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La Cavalleria

 Poche altre istituzioni richiamano l’immaginario collettivo al Medioevo come la cavalleria. La società feudale è stata rappresentata, nel Medioevo, come rigidamente gerarchica, organizzata in tre categorie sociali chiuse: al vertice c’erano gli Oratores, i chierici, che pregano per la comunità e sono il tramite verso Dio; un gradino sotto i Bellatores, che proteggono la fede con le armi; al livello più basso i Laboratores, che mantengono gli altri ordini sociali tramite il lavoro manuale.
La cavalleria rappresentava essenzialmente l’aristocrazia. I valori a cui si rifaceva erano di stampo feudale e vassallatico, in primo luogo la forza fisica, il coraggio, il senso dell’onore, fedeltà alle gerarchie ecclesiastiche e feudali. Solo in un secondo momento, a partire dall'XI-XII secolo, l’ideale cavalleresco si arricchì degli aspetti più raffinati legati al modello di “vita cortese”, cioè l’insieme di valori che un cavaliere doveva possedere per conquistare la donna amata: eleganza, fierezza, buone maniere e liberalità (generosità con il denaro per dimostrare di non essere attaccato alle ricchezze materiali).
Alla nascita di questo modello contribuirono molto i poemi cavallereschi, in particolare “Il ciclo carolingio”, imperniato dalle vicende di Carlo Magno e dei suoi paladini, nato nel nord della Francia, come poema epico in lingua d’oil, e “Il ciclo bretone o ciclo arturiano”, sviluppatosi in Bretagna e dedicato alle vicende di Artù e della Tavola Rotonda.
Con la nascita e sviluppo delle numerose “chansons de geste”, i valori della cavalleria vennero identificati e celebrati con quelli ancora oggi ben noti: nobiltà, coraggio, forza fisica, fedeltà fino alla morte, dando spazio agli amori cortesi e a elementi fiabeschi

LA NASCITA DELLA CAVALLERIA
La realtà della cavalleria medievale era però ben meno rosea di quella della chanson de geste. Era una casta militare che si evolve nei decenni, nei secoli, seguendo l’evoluzione, lenta ma costante, che, attraverso i secoli, si è affiancata ai cambiamenti economici e sociali che si sono susseguiti con l’affacciarsi, sullo scenario europeo alto medievale, di muove popolazioni, che hanno introdotto nuovi usi e costumi e nuovi modi di guerreggiare.
La crisi che colpì i liberi coltivatori romani del Basso Impero infierì un pesante colpo alla potenza della fanteria legionaria, che cominciò a decadere con la lenta ma progressiva disgregazione dell’Impero Romano. Quando nel V secolo l’Impero Romano d’Occidente crollò definitivamente sotto i colpi delle tribù barbariche, che invasero i suoi territori stabilendovisi, particolare importanza venne assunta dai Franchi, insediatisi nella Gallia e nella Valle del Reno.
Popolo bellicoso e ben organizzato, sotto i regni di Pipino e, soprattutto, di Carlomagno, i Franchi allargarono notevolmente la loro sfera d’influenza, arrivando a occupare un territorio molto vasto (ricordiamo che nell’800 Carlomagno arrivò a assumere il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero, riunendo sotto il suo scettro quasi tutta l’Europa occidentale).
Carlomagno, come del resto i suoi predecessori, incrementò notevolmente il numero di cavalieri nell’esercito franco, assegnando loro, per pagare il costoso armamento e il lungo addestramento necessari per combattere a cavallo, ampie estensioni di terre demaniali.
I cavalieri, o milites a cavallo, raggiunsero una tale autonomia e potere che, nel IX secolo, quando l’Impero Carolingio, sconvolto da lotte intestine e invasioni, si disgregò, la società rurale (che era, ovviamente, la stragrande maggioranza della popolazione) si riorganizzò intorno a questi milites locali. I contadini si offrirono in servitù in cambio di protezione e, a loro volta, i signori locali, grazie anche all’organizzazione dei comites introdotta dallo stesso Carlomagno, si legarono in un analogo rapporto di vassallaggio con i signori terrieri più importanti, dando luogo a una catena di reciproci legami di fedeltà che caratterizzarono tutta la società europea con il nome di “feudalesimo” e che si consolidò definitivamente intorno all’XI secolo.
Alla base di questo nuovo sistema sociale era la figura del cavaliere, un milites, cioè, che aveva la capacità, sia tecnica che economica, di combattere a cavallo, al servizio di un nobile locale (che poteva essere un conte, marchese, o un duca).
Cavaliere non ci si improvvisava, ma si veniva addestrati fin da bambini. L’equipaggiamento militare equivaleva al costo di una piccola proprietà terriera. È ovvio che queste condizioni favorirono la nascita di gruppo elitario, separato e autoreferente, ovvero la cavalleria, consapevole del proprio ruolo e ceto, distinto dal resto della società. Attraverso il racconto delle proprie gesta e la letteratura epica, ovviamente eccezionali, e pratiche di iniziazione, questo nuovo gruppo sociale si autocelebra per trasformarsi di fatto in una casta militare e sociale chiusa, una vera e propria fraternitas, con le sue regole rigorose ed esclusive. Nasce così il mito della cavalleria e la separazione dal mondo dei rustici e dei borghesi diviene una voragine, separando da una parte i pochi eletti, dall’altra la massa, spesso disprezzata, dei contadini, o pauperes.
Appartenere a questa cerchia ristretta di milites (o professionisti) della guerra, oltre ai rischi, offriva notevoli vantaggi, non solo per le opportunità di arricchimento attraverso i bottini rapinati o il riscatto dei prigionieri, specie se di alto lignaggio, ma anche perché poteva permettere di mettersi al servizio di altri nobili o casate, fino ad arrivare a ottenere una propria “signoria” su un’area territoriale (a volte anche molto vasta).
I primi a comprendere e a sfruttare le potenzialità della situazione che era venuta a crearsi con il vuoto di potere, furono i Normanni. È con loro che la cavalleria assunse definitivamente il ruolo predominante che caratterizzò i secoli successivi.
Nel tentativo di porre un argine alle continue e feroci incursioni dei Vichinghi nella Francia settentrionale, nel 911, il re Carlo il Semplice concesse in feudo alcune terre della regione ad un gruppo di questi invasori nordici, che chiamarono “Normandia” (ovvero terra degli uomini del nord). I Normanni, come da allora cominciarono a chiamarsi questi gruppi di guerrieri, adottarono la tattica franca del combattimento a cavallo e, in breve tempo, diventarono dei cavalieri formidabili e temibili.
Approfittando della favorevole situazione politico-militare e del fragile contesto sociale che caratterizzava i secoli X e XI, alcune bande di Normanni, al servizio dei vari signori e potentati locali in guerra tra loro, arrivarono a sostituirsi a loro.
Migliorando efficacemente le tattiche di guerra a cavallo, arrivarono ad allestire la cavalleria più potente di quel tempo che, tramite il combattimento lancia in resta, era in grado di travolgere le fila nemiche con cariche irresistibili. La loro abilità e organizzazione guerriera si sviluppò a tal punto che un secolo dopo, nel 1066, alla morte del re d’Inghilterra Edoardo il Confessore, il duca Guglielmo di Normandia giunse a invadere l’Inghilterra, sconfiggendo il re Aroldo nella famosa battaglia di Hastings. Più o meno, nello stesso periodo, altre bande di cavalieri normanni, approfittando delle lotte intestine che indebolivano ciò che restava del Ducato di Benevento e dell’Impero Bizantino, riuscirono ad affermare il loro dominio sull’Italia meridionale e sulla Sicilia, ottenendo il riconoscimento del loro potere dal papa Niccolò II, che legittimò di fatto le loro conquiste.
Grazie all’uso e sviluppo che i Normanni riuscirono a imporre, possiamo dire che la cavalleria medievale, così come la conosciamo, si consolidò definitivamente intorno all’anno Mille, per divenire la base fondamentale del sistema feudale che caratterizzò l’Europa occidentale nei secoli successivi e che, con il tempo, assunse una colorazione aristocratica, a partire dal rito d’iniziazione militare di origine germanica che caratterizzava l’investitura a cavaliere.

IL CASTELLO
Il castello era sia la residenza del signore feudale, il centro delle sue attività economiche e la base dei suoi armati per controllare e battere la campagna circostante. Nei periodi di debolezza dell’autorità centrale, una rete di castelli e le forze militari in essi presenti furono anche garanzia di una certa stabilità politica.
Il fenomeno dell’incastellamento ha origine (non dappertutto) nel IX secolo, in piena economia curtense, e si sviluppa fino al XIII secolo inoltrato. I primi castelli sorsero per esigenze difensive (ricordiamo gli attacchi dei vichinghi nel nord Europa e dei saraceni nei paesi mediterranei). Il loro impiego si diffuse un po’ in tutta Europa grazie ai vassalli minori, o cavalieri, che, ricevuto dal signore un possedimento terriero in cambio del servizio prestato, si costruivano a loro un piccolo castello che, oltre alla residenza, comprendeva anche altri edifici utili per la tenuta agricola, da cui traevano il loro sostentamento.
Nell’economia rurale tipica del Medioevo, il castello era un vero e proprio centro economico e di potere. I contadini che vivevano direttamente nella proprietà, o nei possedimenti, erano tenuti, in cambio della protezione che il signore concedeva loro, a prestare gratuitamente i loro servizi, o corvées, lavorando nei suoi campi o donando, come del resto faceva la Chiesa, una parte dei prodotti della terra. Per ribadire il suo potere, il signore amministrava anche la giustizia nel cortile o nel salone del castello.
I primi castelli per la maggior parte erano costituiti da terrapieni sormontati da palizzate di tronchi. Solo più tardi si affermò l’impiego della pietra o del mattone, materiali più durevoli e meglio resistenti al fuoco.
La costruzione di un castello era estremamente costosa e poteva richiedere anni di lavoro. Occorreva individuare una cava per procurarsi la pietra necessaria e apprestare grandi quantità di acqua, sabbia e calce per la malta. Una volta forniti i materiale di costruzione e la manodopera necessaria, il signore si affidava a un capomastro, che doveva organizzare e seguire tutte le attività lavorative.
I castelli erano strutturati in modo da difendere i loro occupanti dagli attacchi dei nemici. Generalmente il primo ostacolo che un attaccante doveva superare era il fossato, che circondava il castello. Talvolta era riempito d’acqua e, spesso, munito di palizzate per intralciare i movimenti dei soldati che attaccavano le mura. A intervalli regolari sporgevano dalle mura le torri, dalle quali gli arcieri colpivano di fianco il nemico che avanzava verso le mura. I difensori disponevano di solito anche di piccole porte (posterle) attraverso le quali potevano effettuare attacchi di sorpresa contro gli attaccanti.
Una delle caratteristiche architettoniche più comuni e tipiche dei castelli medievali è l’impiego delle finestre strombate. Strette verso l’esterno e larghe verso l’interno, in modo da far entrare più luce, si aprivano sulle mura, soprattutto nei piani più bassi, per difendersi sia dai proiettili nemici sia dalle incursioni e dai tentativi di scalare le mura. Gli ingressi erano sempre ben difesi e i muri quasi sempre provvisti di una “scarpa”, la base allargata per meglio resistere a lavori di scavo.
Molto comune era l’impiego del “dongione”, un grosso torrione, con mura di grande spessore, che poteva ospitare il feudatario e tutto il suo seguito. Strutturato su più piani, in genere il piano terra veniva impiegato come magazzino, il primo piano era occupato dalla guarnigione, il salone del piano superiore fungeva da sala dei banchetti e, in caso di necessità anche da dormitorio, mentre l’ultimo piano era occupato dal signore e la sua famiglia.
Agli inizi del XIII secolo si assiste alla costruzione di castelli concentrici, fortificazioni, cioè, che presentavano due cerchie successive di mura, l’una dentro l’altra. Le costruzioni più interne erano più alte di quelle esterne, così da poterle controllare e “battere”, sottoporre a lancio di proiettili, pietre e frecce, dall’interno.
Quando un nemico si presentava sotto le mura di un castello, intimava agli occupanti di arrendersi e se questi rifiutavano, tentava di espugnare la fortificazione. Le tattiche possibili erano due: o stringere d’assedio la fortificazione, impedendo a chiunque di entrare o uscire, e prendere gli assediati per fame, o impiegare la forza. In questo caso si ricorreva spesso allo scavo di una galleria fin sotto le mura, per poi incendiare i puntelli che lo sorreggevano e far crollare le mura soprastanti, o per cogliere di sorpresa i difensori sbucando inaspettatamente all’interno del castello. Altre tecniche di assedio erano battere le mura o le porte con arieti, l’impiego di catapulte o tentare di scalare le le difese con scale e con torri d’assedio che, munite di un ponte levatoio in cima, permettevano agli attaccanti di superare le difese.
Un castello ben progettato era, comunque, difendibile anche da un piccolo drappello di uomini e poteva resistere molto a lungo. Una solida difesa, accompagnata da abbondanza di scorte, permetteva di resistere per molto tempo. Numerosi sono gli esempi in cui eserciti attaccanti, per mancanza di approvvigionamenti, per le malattie o per le gravi perdite, sono stati costretti a ritirarsi.
A partire dal Quattrocento, i castelli persero le prerogative che li avevano caratterizzati nei secoli precedenti. L’aumentato bisogno di comfort, frutto di una società più sviluppata e ricca, e l’avvento delle armi da fuoco li resero obsoleti. Molti si trasformarono in residenze, altri abbandonati. Questo perchè ormai le loro funzioni militari erano state assunte dal forte, un nuovo tipo di fortificazione che consisteva essenzialmente in una piattaforma per cannoni, mantenuta dallo stato, o dalle varie signorie regionali, e non più dai signori feudali.

LA VITA DI CORTE
Il castello non era solo una costruzione militare. Era innanzitutto la casa del signore e della sua famiglia. Il suo ambiente più importante era la grande sala comune, dove tutti si riunivano per i pasti, e dove si svolgeva la vita quotidiana. C’erano poi le stanze private del signore, la cucina, spesso una cappella, i magazzini per le provviste, l’armeria, l’officina del maniscalco, le stalle e i recinti per i vari animali domestici. Di vitale importanza erano le riserve di acqua, cisterne per la raccolta dell’acqua piovana o pozzi, per garantire l’approvvigionamento idrico in caso di assedio. Spesso i muri interni erano intonacati e decorati con disegni e affreschi.
Le famiglie dei signori erano quasi sempre numerose. Bambini e bambine crescevano insieme fino all’età di sette anni. Portavano gli stessi abiti, e dormivano nelle stesse stanze. Poi i fratelli e le sorelle venivano separati. In genere il figlio maggiore seguiva le orme paterne, abbracciando la carriera delle armi; i figli cadetti e le figlie non maritate, spesso, finivano in convento. L’alternativa per i figli era diventare cavalieri, per le figlie sperare di sposare dei gentiluomini. Raramente i nobili sapevano leggere o scrivere. Per firmare un documento, ad esempio, si limitavano a imprimere il loro sigillo inciso su un anello (o su un punzone) sulla ceralacca fusa.
Le donne, anche quelle di origine nobile, avevano ben pochi diritti. Le ragazze erano quasi sempre maritate a quattordici anni. I matrimoni erano combinati tra le famiglie e comportavano il pagamento di una dote. I beni della moglie passavano in proprietà al marito e questo rendeva i cavalieri dei veri e propri cacciatori di dote. Anche se con minori diritti, nella vita privata, la castellana tuttavia godeva di una sostanziale parità con il marito. Quando egli era lontano, assumeva la responsabilità della proprietà (non mancano esempi di donne che si sono rese protagoniste organizzando la difesa del castello contro nemici).
Coadiuvata da un balivo o amministratore, la castellana poteva disporre personalmente dei propri beni e sovrintendeva alle attività domestiche e di tutti i giorni. Poteva avere dei dipendenti e spettava a lei accogliere, con cortesia, gli ospiti. Aveva dame di compagnia per essere intrattenuta, serve per essere accudita e nutrici che allevavano i suoi figli. Molto spesso le donne nobili, al contrario dei cavalieri e dei loro mariti, erano istruite. Sapevano leggere e scrivere e conoscevano il latino oppure parlavano una lingua straniera. Tutte queste attività, però, non vanno confuse e interpretate come segno di una certa emancipazione. Anche se godeva di stima e considerazione nella vita sociale e di corte, la donna continuava ad essere considerata debole per natura, bisognosa di protezione e priva di diritti sostanziali.
Contrariamente ai luoghi comuni e all’idea poetica e romanzesca che normalmente si ha della vita di corte, fatta di feste e tornei, la realtà era molto più pragmatica. Il signore, o cavaliere, occupava la maggior parte della giornata ad amministrare le sue proprietà, a dirimere controversie giuridiche e a mantenere le relazioni con i sottoposti.
L’idea negativa che tendenzialmente si ha della cura del corpo nel Medioevo va rivista. Nei castelli e nelle dimore signorili medievali, infatti, si dedicava tempo all’igiene personale. Uomini e donne si facevano spesso il bagno in mastelli di legno impiegando sostanze detergenti ed emollienti, spesso molto costose. Si acconciavano con attenzione i capelli e gli uomini coltivavano la barba. Nelle corti si cominciò a indossare i vestiti finemente eleganti e lungamente descritti nelle opere romanze o nei codici. Ovviamente si trattava di abiti che venivano indossati nelle occasioni in cui ci si doveva mostrare in pubblico, come tornei, feste e banchetti. Nell’uso quotidiano i signori e cavalieri vestivano abiti militari, o comunque di taglio molto più semplice e grossolano, e le donne lunghe sopravesti di lana grezza.
Quando pensiamo a una corte dobbiamo abbandonare ogni idea principesca. Nei castelli c’era poca luce. Le aperture erano piccole e coperte da un pergamena, l’impannata (il vetro verrà utilizzato solo alla fine del XIII secolo). I mobili sono concentrati nel salone più importante e sono composti per lo più da panche, sedie e tavoli. Alle pareti c’erano tappezzerie e pellicce per proteggersi dal freddo e dall’umidità. Rari erano i tappeti.
Molto meno diffuse erano le buone maniere. In un banchetto, anche in presenza di re e regine, si era soliti mangiare e bere senza moderazione, pulendosi la bocca alla tovaglia. Non esistevano le posate e i piatti personali, che arrivarono solo nel XV secolo. Si mangiava con le mani in piatti comuni, passandosi il coltello comune per tagliare le carni. Gli avanzi si buttavano nel piatto da portata, o per terra, e sempre dallo stesso piatto si prendeva un nuovo boccone. L’uso dei piatti in legno o in metallo si diffuse solo a partire dalla fine del XIV secolo. Prima il cibo veniva appoggiato su grandi fette di pane e veniva condiviso con i vicini di tavola.
Le tavole erano normalmente disposte a “U” lungo le pareti del salone per lasciare libero lo spazio al centro dove giocolieri e trovatori intrattenevano gli ospiti. I pasti potevano comprendere parecchie portate: minestre, patè, pesce, selvaggina e carni cotte allo spiedo o al forno, accompagnate da una salsa (a partire dalle crociate si diffonde l’uso delle spezie provenienti dall’Oriente, cannella, pepe, zenzero, eccetera).
I sovrani e i signori medievali erano appassionati di caccia e falconeria. Cacciare non era solo un mezzo per procurarsi carne fresca, ma anche un addestramento alle tecniche di guerra, permettendo ai cavalieri di dimostrare il loro coraggio affrontando animali selvaggi pericolosi, come il cinghiale. Molto spesso sovrani e signori riservarono al proprio uso esclusivo vaste aree forestali, comminando delle pene severe ai bracconieri e a chiunque violasse le loro riserve.
Si cacciavano daini, cinghiali, uccelli e conigli. I cavalieri cacciavano quasi sempre a cavallo. A volte si impiegavano dei battitori per spingere le prede ai cacciatori appostati. Molto usati erano gli archi e le balestre, il che forniva un’utile mezzo per prendere familiarità con questa armi. La caccia con il falco era molto diffusa e gli uccelli addestrati erano molto ricercati. Era una vera e propria arte e riservata esclusivamente ai nobili. Quello del falconiere, l’addestratore dei rapaci, era un lavoro ben remunerato. Altro prezioso alleato era il cane, oggetto di attenzioni continue.
Per la caccia al cinghiale si usava la lancia, l’unica arma, solida e pesante, capace di bloccare l’animale in corsa (spesso, per impedire che la punta penetrasse troppo a fondo nelle carni della preda, era dotata di una sbarretta sporgente a mezz’asta). Va anche ricordato che la caccia, anche se si trattava di uno sport prevalentemente maschile, non era esclusa alle donne.
Quello della cavalleria era un mondo impregnato di valori, forse mai realmente esistiti, ma idealizzati e vagheggiati, che pervenutoci attraverso le chansons. Benché fondamentalmente si trattasse di uomini di guerra, i cavalieri si rifacevano a codici di comportamento e di onore, il cosiddetto “ideale cavalleresco”, che davano una particolare enfasi all’onore delle armi e al comportamento “cortese” verso le donne. I poemi sull’amor cortese, recitati dai trovatori della Linguadoca, erano basati su questo codice e ideale di vita, così come le storie cavalleresche, così popolari nel Duecento. Le stesse gerarchie ecclesiastiche favorirono questa tendenza, al punto di trasformare l’investitura a cavaliere in una vera e propria cerimonia religiosa.
Nel corso del XII secolo ricevette un grande impulso l’araldica, l’ornamentazione che, attraverso regole definite, che permetteva a un cavaliere di distinguersi e identificarsi. I disegni del proprio scudo, dell’insegna o della propria sopravveste, erano un mezzo che permetteva al cavaliere e al nobile di distinguersi facilmente durante un combattimento o nel corso di un torneo.
L’araldica si basava su regole ferree. Lo stemma era proprietà esclusiva del nobile o cavaliere e, dopo la sua morte, passava di diritto al figlio primogenito (gli altri figli usavano una variante delle “armi”, come si chiamavano gli stemmi, del padre). Oltre ai disegni e ai temi trattati, anche i colori e i metalli (argento e oro) usati negli stemmi erano rigidamente codificati.

I TROVATORI E L’AMOR CORTESE
Uno degli aspetti più caratteristici della vita di corte è la poesia cortese e le romanze in lingua volgare dei Trovatori. Questi raffinati poeti-musicisti fiorirono tra il XII e XIII secolo nella Francia meridionale. Scrivevano e cantavano poesie e canzoni in lingua d’Oc, la lingua parlata nelle regioni francesi a sud della Loira e in quelle confinanti con l’Italia e la Spagna.
L’opera dei trovatori è l’antesignana della nascita della lirica in lingua volgare. Viaggiando di castello in castello e città in città, di solito accompagnati da menestrelli di professione, i giullari, i trovatori cantavano le loro canzoni accompagnandosi con arpa, flauto, liuto, chitarra e viella (l’antenata della viola).
Sull’origine della parola “trovatore” si è discusso molto. L’ipotesi più probabile, e ormai accreditata, è che derivi dal verbo occitano trobar, che significa “comporre, inventare, trovare”. E i trovatori erano coloro che sapevano trovare la parola o la rima giusta per poetare con eleganza. L’arte del trobar non era comunque solo arte poetica, ma anche di composizione musicale (anche se spesso per la melodia non veniva compiuto lo stesso sforzo che si faceva nella poesia). Spesso si trattava di una struttura metrica complicata; questo per impedire contraffazioni da altri giullari e trovatori (nacquero, per questo motivo, due stili complementari, il trobar clus o escur, ovvero il poetare chiuso o oscuro che si contrapponeva al trobar leu o plan, poetare leggero o piano).
Primo trobadore pare sia stato Guglielmo IX d’Aquitania (1071-1127). La sua produzione poetica fu la prima a contenere gli elementi che caratterizzarono l’originale concetto trobadorico dell’amor cortese. La poesia trobadorica si sviluppò, codificata con delle regole precise, soprattutto alla corte di Eleonora d’Aquitania. Imitata, ben presto le corti dei signori e nobili provenzali divennero dei veri e propri centri letterari.
I trovatori avevano origini diverse. Alcuni venivano da famiglie nobili, altri erano di origini più umili. Alcuni di loro fecero fortuna. Molti di loro erano istruiti e avevano viaggiato molto. La nascita dei trovatori fu possibile in Linguadoca grazie allo sviluppo del commercio nel XII secolo nelle regioni della Francia meridionale. La ricchezza significò un maggior grado di istruzione, gusti più raffinati e mecenatismo. Questi poeti godevano di prestigio e influenzarono il gusto, la moda e le maniere dell’aristocrazia.
Alla base della poesia trobadorica è l’ideale dell’amor cortese (“fin amor” in occitano), impostato sulla mezura, cioè la “misura” tra la passione carnale e la signorilità dei modi nel corteggiamento, per dimostrare alla sua “Signora” che ella non è solo oggetto di desiderio, ma anche di sentimento, impegnandosi in un melhorament che gradualmente permetterà al poeta di essere ammesso all’intimità della Domina.
L’atteggiamento medievale nei confronti delle donne risentiva molto degli insegnamenti della Chiesa, che considerava la donna un male necessario, responsabile della caduta dell’uomo nel peccato e della sua cacciata dal Paradiso. La donna era una tentatrice, uno strumento del Diavolo. Ma con l’arrivo dei trovatori, la mentalità cominciò a cambiare. Conferire alla donna dignità, onore e rispetto, era un atteggiamento rivoluzionario. L’obiettivo principale della poesia trobadorica, infatti, non era possedere la dama, bensì raccontare l’amore per lei che aveva ispirato il poeta.
I sentimenti prevalenti della lirica cortese riguardano la nostalgia della donna amata e distante, la gioia e il tormento. Il poeta rinuncia a sé per porsi al servizio dell’amore. Il piacere amoroso era desiderato e non appagato per principio. L’umiltà e l’obbedienza dell’amante sono ricompensate dallo sguardo della donna, dal bacio o dal dono (una ciocca di capelli, un fazzoletto). Un amore di questo poteva trasformare anche l’uomo più rozzo.
È bene sottolineare, e non molti lo sanno, che la cultura cortese ha espresso anche delle trobairitz, cioè dei trovatori donne. Tra queste ricordiamo Eleonora d’Aquitania, le sue figlie Maria di Champagne e Giovanna di Tolosa, Bianca di Castiglia. Questo era tutt’altro che un fenomeno marginale. La donna “trovatora” godeva, infatti, di un’alta considerazione (nessun trobadore aveva il diritto di alzare la voce contro una trobairitz, pena il disprezzo nei suoi confronti).
L’amore trobadorico non si limitava all’amore verso una dama, ma intendeva ammaestrare la società alla convivencia, l’arte di vivere insieme nella caritat, nel rispetto e nella largeusa (generosità). Questo concetto divenne un codice di condotta che, con il tempo, unito agli ideali cavallereschi, diede origine al genere letterario noto come romanzo cavalleresco.
A tale proposito ricordiamo che tra le forme poetiche usate dai trovatori c’era anche il cosiddetto sirventese, che letteralmente significava la “canzone del servitore”. Spesso si trattava di testi polemici contro l’ingiustizia dei signori e governanti. Altri esaltavano gesta eroiche o altruistiche e generose, attaccando chi si comportava in maniera codarda, ipocrita ed egoista. I sirventesi dell’inizio del XIII secolo offrono agli storici uno splendido spaccato del clima politico e religioso della Linguadoca durante la crociata albigese.
Con il fallimento delle crociate e la guerra di conquista perpetuata dalla Francia settentrionale, con l’appoggio di papa Innocenzo III, che insanguinò la Linguadoca nei decenni successivi (1209-29), molti trovatori cominciarono a criticare apertamente l’autorità spirituale e temporale della Chiesa. Divenne comune attaccare l’ipocrisia, l’avidità e la corruzione degli ecclesiastici.
La Linguadoca era una regione tollerante. I conti di Tolosa e altri signori concessero un’ampia libertà di religione. Nella regione erano diffusi i valdesi, che avevano tradotto la Bibbia nella lingua d’Oc, e i catari (noti anche come albigesi), per i quali provavano simpatia molti nobili. Molti sirventesi dei trovatori mettevano in ridicolo gli atteggiamenti delle gerarchie ecclesiastiche, si facevano beffe delle indulgenze e delle reliquie.
La “crociata albigese” segnò la fine della civiltà occitana, del suo modo di vivere e della sua poesia. E con l’arrivo dell’Inquisizione molti trovatori, accusati di essere eretici catari, si rifugiarono in paesi meno ostili.

TORNEI E GIOSTRE
Il torneo, il luogo ideale per mostrare blasoni e ornamenti araldici e uno dei tratti più tipici della cavalleria medievale, nacque, intorno all’XI secolo, come pratica di addestramento alla guerra (anche se in realtà si fa menzione di tornei fin dall’epoca carolingia, IX secolo, ad esempio nella Cronique di Nithard, 842). All'origine si trattò di vere e proprie battaglie con morti e feriti, inscenate da squadre contrapposte di cavalieri – a volte indicate con il termine francese melée, mischia (da notare che essendo nati in Francia, la terminologia impiegata era generalmente quella del volgare francese e in volgare francese sono redatti, non a caso, i principali codici di regolamenti). I cavalieri sconfitti cedevano ai vincitori cavallo e armatura (un buon combattente, ben allenato, poteva arricchirsi non poco). Lo scopo principale dei contendenti era quello di colpire il cimiero posto sull’elmo dell’avversario. Ogni cavaliere aveva con sé un portastendardo e una serie di servi (detti “valletti”) pronti ad aiutarlo se cadeva.
Benché fossero popolari e seguiti, la Chiesa non smise mai di disapprovarli per lo spargimento inutile di sangue che causavano. Per questo motivo se nei primi tempi si impiegavano armature da battaglia e armi vere e proprie, a partire dal XIII secolo si cominciò a impiegare armi “cortesi”, cioè spuntate.
Nel corso del XIII secolo presero campo anche altri tipi di combattimento simulato, come la “Giostra,” la “Tenzone” e il combattimento a piedi. Nel Quattrocento si diffuse il pas d’armes: uno o più sfidanti scendevano in lizza, cioè sul terreno di scontro, e sfidavano a duello altri cavalieri.
Nella giostra i cavalieri si combattevano uno contro l’altro singolarmente, in duello per dimostrare il suo valore. Generalmente i contendenti si battevano a cavallo, usando le lance, ma non era rara l’occasione in cui la lotta continuava a colpi di spada. I due cavalieri si lanciavano l’uno contro l’altro al galoppo, cercando ognuno di disarcionare l’avversario con un colpo di lancia. A volte si usavano lance da battaglia dalla punta acuminata (“giostra di guerra”), che potevano uccidere un uomo (è il caso della disfida di Barletta). In generale ci si batteva in una “giostra di pace”, impiegando lance smussate o con un tampone in cima, per distribuire l’impatto del colpo su una superficie maggiore. Nei secoli successivi vennero anche sviluppate armature particolari per garantire una maggiore protezione durante le giostre. Nel corso del XV secolo si introdusse anche una sorta di barriera di legno che separava i due avversari, impedendo collisioni frontali.
Già nel corso del Duecento le cronache riferiscono che accadeva in qualche giostra che i cavalieri, dopo aver spezzato le loro lance, smontassero di sella per affrontarsi con le spade. Nel secolo successivo, e ancor di più nel Quattrocento, simili combattimenti divennero una pratica comune.
Legati ai tornei e alle giostre c’erano veri e propri codici di comportamento a cui ogni torneante si doveva attenere, pena l’accusa di fellonia. Tutto ciò che riguardava un torneo era trattato minuziosamente e descritto fin dalle cerimonie iniziali di parata al saluto, alla vestizione, alle armi e armature, e così via.
La passione per queste manifestazioni crebbe velocemente e ogni occasione fu buona per indire giostre e tornei: la celebrazione di una vittoria, una ricorrenza, una pace o lega, una grande festa religiosa o importanti avvenimenti politici.
I tornei erano un’occasione per sfoggiare le vesti, armi e cavalcature più preziose. In particolare le dame, che facevano a gara nell’indossare gioielli e preziosi.
Erano soprattutto i giovani che desideravano mettersi in mostra. Per molti, era l’occasione per dimostrare in pubblico i frutti del loro lungo tirocinio per divenire un cavaliere. Anche per i cavalli era necessario un lungo addestramento. Secondo alcuni lo stesso termine “destriero” deriva dai combattimenti della giostra con barriera, nella quale i due contendenti erano separati da un divisorio di tela o di legno e, per recare maggior danno possibile avversario, i cavalli dovevano tenere il galoppo sul piede destro. Spesso la testa dell’animale veniva protetta con una massiccia protezione che copriva anche gli occhi dell’animale, in modo tale che non si spaventasse alla vista dell’altro cavallo che gli correva contro, permettendo al suo cavaliere di poter colpire l’avversario nel punto migliore.
Nel luogo stabilito per il torneo veniva eretta la “lizza”. Il suolo veniva abbondantemente cosparso di sabbia per evitare che gli zoccoli dei cavalli o i contendenti avessero a scivolare. Ai lati della lizza sorgevano i palchi destinati al pubblico e due tribune, una riservata alle autorità e ai giudici, l’altra alle dame (che il giorno del torneo sceglievano il loro campione, spesso affidandogli un fazzoletto o un sciarpa, che il cavaliere si annodava alla sommità dell’elmo). Su una serie di pali o lance, in fondo alla lizza, venivano appesi gli scudi e le insegne dei vari contendenti. Dietro trovavano posto i padiglioni, o tende, con i loro colori vivaci e intensi, destinati alla vestizione del cavaliere e agli scudieri.
La vestizione era un’operazione lunga e complessa. Per prima cosa il cavaliere si spogliava degli abiti da parata per indossare delle vesti leggere che gli permettevano libertà nei movimenti. Sopra queste vesti venivano indossate delle protezioni imbottite, necessarie per proteggere il corpo dallo sfregamento con l’armatura metallica nelle articolazioni e sulle spalle. Con l’aiuto degli scudieri, sopra veniva montata l’armatura, costituita da vari pezzi fissati con ganci. Da ultimo veniva indossato l’elmo, spesso con una fattura complicata, alla cui sommità si fissava l’emblema, un velo, un guanto, oppure un fazzoletto, quasi sempre costituito dai “colori” della dama in onore della quale il cavaliere si offriva di torneare. Soprattutto nei secoli successivi, anche il cavallo veniva “corazzato” con lastre metalliche, sistemate in maniera tale che il loro peso fosse ben distribuito. Questa bardatura (barda) veniva poi ricoperta da una gualdrappa di stoffa con i colori sgargianti del cavaliere, sulla quale veniva sistemata la sella, fatta con una forma speciale e particolarmente robusta.
Le ultime operazioni di armamento venivano completate in groppa al cavallo: ai calcagni del cavaliere venivano fissati degli speroni speciali, lunghi e adatti per essere usati su un cavallo bardato. Quindi si procedeva alla consegna delle armi.
Solitamente le armi erano di tipo “cortese”, ovvero spuntate e prive di taglio. Le spade erano corte e spuntata, con una lama non più lunga di un braccio teso e larga non meno di quattro dita per impedire che penetrasse l’elmo. La mazza poteva essere munita di spuntoni o costolata. Fissata o unita al manico mediante un’asta o una catena, il torneante colpiva l’avversario, sull’elmo e sul petto, per stordirlo. Poco usata era la scure. Troppo grosso era il rischio di ferire gravemente.
L’arma che non poteva mancare era la lancia. Rispetto a quella di guerra, la lancia da torneo aveva l’asta in legno di frassino, in maniera tale da scheggiarsi facilmente. Lunga circa quattro metri, era spuntata per non ferire l’avversario colpito. Era anche munita di un paramano in metallo per tenere ferma l’asta contro la resta dell’armatura (un anello dove passava il legno della lancia e che serviva per aiutare il torneante a mantenerla in posizione).
I primi scontri erano quelli con la lancia. Per questo motivo sulle corazze dei cavalieri venivano applicati dei rinforzi (chiamati “guardastanca”) sul lato sinistro, il lato più esposto all’urto della lancia, per sostenere lo scudo. Va comunque ricordato che quando gli scontri si facevano troppo pericolosi, i giudici potevano interrompere il torneo.
Alla fine del torneo (che poteva durare anche molti giorni), il vincitore riceveva il premio, che poteva consistere in somme di denaro, oggetti di valore oppure delle spoglie (cavalli, armi e armature) dei perdenti, e veniva onorato con un banchetto.
Gli incidenti non erano affatto rari. Enrico Il di Francia, per esempio, morì nel 1559 durante il torneo organizzato in occasione del trattato di Cateau-Cambresis per festaeggiare il matrimonio della figlia con Filippo, re di Spagna, rappresentato nell’occasione dal duca d’Alba, e quello di Margherita di Valois, sorella del re, con il duca Filippo Emanuele di Savoia.

IL TRAMONTO DELLA CAVALLERIA
L’epoca dei grandi cavalieri, e il loro mondo di valori, giunse al termine quando, grazie alle nuove tecniche di guerra (formazioni compatte di picchieri) e alle nuove armi da fuoco, la fanteria riacquistò un ruolo preponderante sui campi di battaglia.
A partire dalla fine del XIII secolo, ma soprattutto in quello successivo, le nuove armi vincenti sono le picche, l’arco e la balestra, insieme ai pavesi, grandi scudi di legno che, posti nelle prime file degli schieramenti, costituivano, spesso, un ostacolo insormontabile.
Le milizie cittadine si organizzarono sempre meglio e, dotate di un certo addestramento, divennero un avversario temibile perché questi uomini che, normalmente svolgevano nella vita quotidiana ben altri compiti rispetto all’arte della guerra e delle arti marziali, nel momento del combattimento, sotto il gonfalone civico, davano sfogo a tutta la loro determinazione e rancore contro l’aristocrazia feudale.
È nel tardo Medioevo che le battaglie si fanno cruente e senza scampo, abbandonando i valori che erano stati una caratteristica dei combattimenti tra cavalieri.
Per la gens nova la guerra non è un valore, modo con cui mettere in mostra le proprie virtù cavalleresche magari per appropriarsi di un bottino o di un ricco riscatto. È guerra, morte e violenza. Laddove il cavaliere intravede nel cavaliere avversario un simile, unito dalla fraternitas, il mercante, l’artigiano e il contadino combattono per ottenere una vittoria definitiva e risolutiva e vedono nel cavaliere un nemico da eliminare, uccidere, lontani da qualsiasi deontologia militare e privi di remore. Non sanno che farsene della morale cavalleresca.
Tutto ciò è scandalo per i nobili e i cavalieri, cozza contro il loro mondo e i loro valori. In questo nuovo modo di combattere il cavallo ha un ruolo sempre meno importante. La guerra tra Svizzera e Borgogna, nel 1476-1477, fu la chiara dimostrazione che la cavalleria non era in grado di sconfiggere solide falangi di fanti armati di picche, sostenuti da reparti di archibugieri. Nel Cinquecento, la fanteria occupò un ruolo centrale e un tipo di soldato su tutti divenne sinonimo delle guerre rinascimentali: il lanzichenecco (da Landsknechte, “servitore della terra”). Copiando e sviluppando le tattiche dei vicini Svizzeri, basate sulla combinazione di archibugieri e svizzeri, nacquero le truppe mercenarie.
La conseguenza di questo processo fu un radicale cambiamento della visione del guerriero. Se prima si combatteva essenzialmente a difesa della propria terra, gli eserciti del Quattrocento, e soprattutto del Cinquecento, si trasformarono gradualmente in eserciti permanenti di “soldati”, cioè di professionisti pagati per combattere, reclutati tra le classi inferiori. I sovrani preferirono ricorrere sempre più ad eserciti di questo tipo, fino a quando, nel Seicento, la guerra non divenne un esclusivo appannaggio di milizie mercenarie.